domenica 10 marzo 2013

La libertà è dire che due più due fa quattro

Sono un cittadino italiano e alle ultime elezioni politiche del 24-25 febbraio ho votato alla Camera dei deputati il M5S. Quella che sto scrivendo è da considerare una lettera aperta a tutti gli elettori ed eletti del movimento.

Come per moltissimi altri, era la prima volta che votavo per questa formazione politica. Non c'è alcun bisogno di dichiarare quali siano i miei orientamenti politici e quali le mie preferenze nelle scorse elezioni.
Basta dire che avevo maturato una profonda delusione per l'attività dei partiti che vedevo con favore, e più in generale di tutto il panorama politico. Come per molti milioni di italiani, avere visto giorno dopo giorno calpestati il buon senso e il rispetto nei confronti dei cittadini da parte di chi detiene il potere, ha provocato in me un grande, grandissimo senso di sdegno e indignazione. A questi sentimenti si sono aggiunti presto quelli della rabbia e della frustrazione: questo prova chi si sente continuamente sotto attacco e minacciato e non può, d'altra parte, difendersi e fare valere le proprie ragioni.
Con il suo atteggiamento insensibile se non addirittura oltraggioso nei confronti della richiesta di buon senso e di giustizia dei cittadini, la politica ha esercitato in maniera talora nascosta, talora sfacciatamente scoperta, una violenza inaudita. E sia chiaro: la violenza non è solo quella fisica. La violenza ha assunto in questi anni, e specie durante quest'ultimo periodo di crisi economica, le forme più varie di imposizione dall'alto di un volere che nessuno, tranne veramente pochi, ha condiviso e accettato di buon grado. Faccio alcuni esempi: la politica di austerity, la quale ha colpito gli ultimi; l'elevata tassazione specie di chi produce; il tentativo di privatizzare l'acqua e di introdurre nuovamente il nucleare; la progressiva distruzione della scuola pubblica, le inefficienze del sistema sanitario; i costi della politica e così via.

Sono rimasto sconcertato, perché non ho ravvisato in nessuna delle vecchie forze politiche la benché minima umiltà di dire agli italiani: “Abbiamo sbagliato. Siamo coscienti dei nostri gravissimi errori e mancanze, ma adesso siamo veramente disposti a voltare pagina. E lo dimostreremo coi fatti.” E' per questo che mi sono deciso a punire il partito per cui avrei votato altrimenti, e con esso tutta la classe politica. Ho voluto quindi dare il voto al movimento di cittadini che fa capo a Beppe Grillo. Vedendo l'imbarazzo dei candidati nel prendere un microfono in mano, la timidezza nel parlare alle tante persone accorse ai loro comizi, io scorgevo una genuinità che mi confortava moltissimo, molto di più degli slogan urlati dal loro leader. Ero sicuro che questa semplicità avrebbe dato un cambio di rotta assai positivo a tutto il mondo politico italiano e forse non solo, dal momento che tanta politica miope e incapace di difendere gli ultimi prevale anche nel quadro europeo. L'idea che cittadini, che mai avevano avuto a che fare con la politica, si rimboccassero le maniche ed entrassero nei luoghi decisionali mi sembrava una bellissima e feconda novità.

Ma già all'indomani delle elezioni mi sono sentito tradito dal M5S. L'euforia e l'entusiasmo degli eletti ed elettori del M5S per un risultato così travolgente e la certezza di contare e di far finalmente sentire una voce tanto diversa da quella cui eravamo abituati erano veramente grandi. La politica italiana cambiava, si rinnovava nel segno di idee semplici e del principio che normali cittadini fossero in grado di dare un contributo costruttivo al miglioramento della società. E si sentivano dichiarazioni che aprivano a chiunque da destra o da sinistra avesse proposto idee valide e
di cui il nostro paese ha tanto bisogno, se non vuole rassegnarsi al declino.
Ma quello che sembrava a me il preambolo per una nuova fase politica è stato letteralmente cancellato dalle urla e dagli ordini perentori e pieni di autoritarismo del leader. Quasi di colpo non c'è stata più traccia degli interventi degli eletti M5S su cosa fosse il caso di fare. A parlare è stato solo il leader, oltre a un paio di fedelissimi, i soli deputati a parlare in nome del movimento, i quali sono stati peraltro smentiti e corretti dallo stesso Grillo.

Sono davvero tante le cose che mi sto chiedendo in questi giorni, e ancora di più sono le perplessità. Tutti i dubbi comunque possono essere messi sotto due grandi interrogativi.
Qual è il senso di questa posizione politica di netto rifiuto di ogni possibile azione di governo?
E ancora: come funziona oggi il M5S? Si capisce bene che i due interrogativi sono strettamente legati tra di loro. Per rispondere sarà utile ripercorrere gli ultimi sviluppi all'interno del movimento.

Nei giorni successivi al risultato delle elezioni Grillo ha deciso per tutti gli eletti Cinque Stelle una linea drastica: nessuna alleanza, nessun patto, nessun governo.
Una simile scelta appare tanto più discutibile, in quanto si spreca l'occasione di esercitare il potere politico dei cittadini nel momento in cui le condizioni lo permettono.
Forse Grillo intendeva confermare un suo cavallo di battaglia, e cioè che i partiti si accordano su tutto, perché in fondo hanno gli stessi obiettivi, sono la stessa cosa. In tal senso la decisione di astenersi dal prendere parte a qualsiasi governo poteva essere volta a favorire un accordo tra destra e sinistra, così da assicurarsi un successo ancora più largo alle successive elezioni. Si tratterebbe dunque di un calcolo politico, che tuttavia ad oggi non ha trovato riscontro alcuno: se questa era la previsione di Grillo, allora anche il leader, che spesso indulge in sentenze valide per tempi avvenire, sbaglia.

Ma ammettiamo pure che non sia così, e cioè che Grillo e Casaleggio non puntino a questo. Non sarebbe dunque la formazione di un governo Pd- Pdl l'obiettivo di questa presa di posizione. E allora quale?
Quale può essere lo scopo sull'altare del quale si è disposti a sacrificare la governabilità e la stabilità dell'Italia, oltre che l'azione di un governo formato almeno in parte dal movimento dei cittadini?
Escludo che lo scopo possa essere quello di conservare intatta l' “alterità” del movimento, la quale verrebbe irreparabilmente compromessa, se l'M5S prendesse parte a un governo formato da partiti oppure tecnico. Lo escludo, perché il movimento potrebbe mantenere la coerenza governando fintanto che venisse promossa un'azione che non sia in contrasto con i suoi principi, o fino a quando non emergessero sporchi giochi di palazzo.
Quindi non può essere questo. Tanto più dal momento che la volontà di non assumersi la propria responsabilità di governo mina seriamente alla credibilità del movimento, con conseguente perdita dei consensi alle prossime consultazioni elettorali.

E dunque che obiettivo perseguono i leader del M5S?
Ecco cosa credo: Grillo e Casaleggio hanno in mente una idea di società diversa da quella che noi conosciamo. Il video “Gaia: il futuro della politica”, realizzato dalla CasaleggioAssociati, ipotizza un futuro nemmeno troppo lontano in cui l'individuo non esiste se non ha un'identità sui social network, una guerra mondiale che causerà un miliardo di morti, e il trionfo della democrazia diretta resa possibile da internet, la quale gestirà il governo mondiale, Gaia.
Grillo, dal conto suo, in linea con questa idea di futuro, propugna la fine dei partiti; l'inizio di una nuova era in cui il potere è gestito direttamente dai cittadini; l'uso di internet come strumento unico della democrazia diretta e dell'informazione, e il conseguente tramonto di mezzi di comunicazione, definiti spesso “morti”, quali giornali, televisioni, e forse anche radio.
Grillo annuncia ad ogni comizio la fine della vecchia politica partitocratica e la nascita di una nuova fatta dai cittadini. Si sentono dire molto di frequente commenti come: “ Non avete capito quello che sta succedendo”, “ Non vi rendete conto che è cambiato tutto, voi -riferito ai partiti- siete il vecchio che verrà spazzato via!”. E, ancora, in video elettorali del M5S si sente parlare apertamente della volontà di imporre un “nuovo modo di pensare”.

Ecco dunque la ragione di una linea politica così radicale imposta dalla coppia Grillo-Casaleggio: conseguire il loro ideale di politica. Che questo possa anche portare al tracollo dei consensi del movimento, o che l'Italia vada in malora per l'assenza di governo, ciò è assolutamente secondario rispetto al fine di spingere il nostro paese e a ruota il resto del mondo (tale è l'ambizione!) verso un modo di gestire il potere totalmente nuovo.

Ebbene, quando si parla di “nuovo modo di pensare” o di “nuovo modo di concepire la politica”, a me vengono in mente due concetti inquietanti: pensiero unico e totalitarismo.
Chi dunque sostiene che il movimento di Grillo è a-ideologico e apartitico commette un grave errore di valutazione. Il M5S, così come è strutturato adesso, si è rivelato un partito verticistico sui generis, certo, e fortemente ideologico. E l'ideologia è ravvisabile in una idea totalmente nuova di società in grado di mutare gran parte degli aspetti del vivere quotidiano. E' una ideologia a tutti gli effetti, che sicuramente potrà arricchirsi di ulteriori elementi o per mutate condizioni storiche oppure, più probabilmente, per il capriccio di Grillo e di Casaleggio.

Hanno quindi ragione i due leader quando parlano di rivoluzione e di cambiamento radicale, e la cosa mi preoccupa alquanto, perché chi nella storia ha voluto realizzare una ideologia è sempre stato in grado di passare sopra a tutto: dall'ingovernabilità e il caos di un paese, fino all'eccidio e alla violazione delle libertà individuali.
Mi dà molta inquietudine, ancora, chi propugna qualcosa di completamente nuovo presentandolo come assolutamente buono in contrapposizione al vecchio, marchiato come errore e male da debellare; perché credo che ciò che è buono e giusto non possa essere qualcosa di nuovo e alternativo a ciò che è vecchio! Non saranno le mutate condizioni storiche per via di innovazioni tecnologiche, quale è internet, a plasmare in maniera del tutto inedita i concetti di giusto e bene.
Per questo non credo, anzi provo orrore di fronte a chi professa il nuovo che va bene per tutti.
Io temo il pensiero unico, temo il totalitarismo.

Alla luce di queste considerazioni è chiaro cosa è oggi il Movimento Cinque Stelle, e così proverò a dare una risposta alla seconda domanda.
Per il perseguimento del loro obiettivo, Grillo e Casaleggio sono arrivati forse per caso all'ideazione di un movimento dei cittadini capace di inaugurare una nuova politica (ricordo che un primo tentativo di incidere a livello politico Grillo lo fece quando chiese di partecipare alle primarie del Partito Democratico nel 2007). I principi di questo movimento sono noti a tutti: ogni cittadino incensurato è più degno di qualsiasi politico di gestire la cosa pubblica; la politica non è una professione; la classe politica è corrotta e ha distrutto l'Italia.
A giudicare dallo stato in cui versa il nostro paese è difficile davvero contraddirli: il buon senso di ognuno di noi cittadini avrebbe rifiutato certi provvedimenti contro l'interesse dei più, che pure sono stati presi dai governi precedenti. E questo è il motivo del successo del M5S: non importa se il programma è talvolta approssimativo o con lacune su certi temi, perché chi come me l'ha votato ritiene che ad ogni nuovo problema può essere trovata una soluzione valida grazie al buon senso e alla competenza.

Ma il M5S, allo stato attuale, non è il luogo della democrazia o dell'uguaglianza, in cui uno vale uno. Grillo e Casaleggio hanno fatto breccia negli italiani, perché hanno messo in evidenza l'assoluta miopia dei partiti politici rispetto ai tanti disagi che oggi chi più, chi meno, è costretto ad affrontare, ma questo movimento di cittadini si è rivelato la maschera di una struttura assolutamente verticistica, uno strumento nelle mani di chi mira a degli obiettivi che io ritengo altamente pericolosi.

Ma ritorno a quello che è successo all'indomani delle elezioni. Dicevo che, immediatamente dopo aver respirato un'aria di cambiamento nei volti e negli atteggiamenti dei nostri nuovi rappresentanti, è calato il terrore. Sì, il terrore, voluto da Grillo e Casaleggio per serrare i ranghi della loro creatura. Lì è parso chiaro dove era andato a finire il mio voto. Quelli che dovevano essere solo il megafono e il garante di un movimento dei cittadini e degli ultimi si sono rivelati ciò che forse sono sempre stati: degli autoritari, uomini che amano il potere, e che stanno cercando istillare negli eletti il terrore di essere buttati fuori dal movimento stesso, se non faranno quello che dicono loro.

Cari eletti Cinque Stelle, voglio rivolgervi un appello.
Dite la verità a voi stessi: non avete paura della prevaricazione che state subendo? Non credete che c'è qualcosa che non va per niente? Che dovreste essere liberi di rappresentare noi cittadini invece del volere di un paio di persone? Realizzate il fatto che in tal modo rischiate di tradire la Costituzione stessa per cui avete più volte detto di battervi e di voler difendere?

Se la risposta è sì, allora ribellatevi, liberatevi da chi vuole mettervi un giogo. Create un nuovo movimento dei cittadini estromettendo chi vuole farne uno strumento per i propri scopi, perché di cittadini volenterosi ce n'è bisogno, e milioni di italiani vi hanno votato per questo. Non hanno votato Grillo. Io non ho votato Grillo.

E soprattutto: sappiate che anche voi potete sbagliare. Sappiate che si sbaglia doppio quando si commette un errore e poi non lo si ammette. Sappiate dunque che le vostre convinzioni su ciò che è giusto fare potranno anche cambiare, ma questo non è male. Male è perseverare nell'errore. Avete la possibilità in totale autonomia di dare il vostro contributo al miglioramento nostra società. Perché non farlo? Se poi non sarà possibile, perché non ve lo permetteranno, allora denunciate tutto, e torniamo a votare! Non sciupate l'occasione perché ve lo dicono impongono i leader.

Il nostro paese è vittima della mania di protagonismo. Tanti, troppi personaggi si ritengono insostituibili, fondamentali, e Grillo e Casaleggio sono a pieno titolo tra questi. Liberatevene, fare vincere il buon senso, perché di questo l'Italia ha bisogno: persone serie dotate di buon senso. Tanto basta per essere in grado di fare cose semplici e giuste. Fatelo in nome del paese che rapprensentate.

A. S.

sabato 23 febbraio 2013

Molto spesso accade

Talora è tale voglia di avere ragione sull'altro rispetto a certe previsioni, che si riesce a sopprimere la più naturale tendenza a sperare nell'avvenimento più fausto, pur di provare la goduria di poter affermare trionfanti: "Hai visto? Te l'avevo detto!"
E se l'ideale dell'uguaglianza risiedesse nel prendere coscienza che ognuno è diverso?

venerdì 25 gennaio 2013

A volte è uno specchio
a guardarmi, a ridere,
a starmi di fronte:
sono altri scorci
della mia, della tua
figura inedita.

mercoledì 2 gennaio 2013


A volte la manzanca di luce permettere di vedere meglio di un faro puntato male.

lunedì 26 novembre 2012

A proposito di un paese che mi è tanto caro




Posto qui di seguito un articolo abbastanza lungo che ho scritto più di due anni fa sulla crisi debitoria greca


CRISI GRECA, CRISI DI TUTTI
Riflessioni di un profano

Quanto sta succedendo in Europa da qualche mese a questa parte è di portata veramente colossale, a tal punto che è proprio il caso di farsi un quadro della situazione, dal momento che ci riguarda da molto da vicino. Analizzare i meccanismi e le dinamiche di ciò che ci accade serve anche per guardarsi dall’ attribuire colpe e responsabilità a chi, magari, non c’entra niente o quasi.
 .
Mettiamo preliminarmente sul tavolo alcuni dati e facciamo quattro conti e alcune considerazioni: sappiamo che il debito pubblico è quanto uno Stato deve restituire ai suoi creditori; sappiamo anche che, piuttosto che la cifra, il debito pubblico si suole indicare in percentuale rispetto alla ricchezza prodotta ogni anno dallo Stato stesso, il cosiddetto PIL (Prodotto Interno Lordo). Sappiamo anche che un altro dato interessante è il deficit, cioè quanto uno Stato spende in un anno, e che anche questo dato viene espresso in percentuale sulla base del Pil. Bene, si dice che la Grecia sia in difficoltà perché ha un debito pubblico alto –si parla del 129% per un ammontare di più di 300mld di euro-, e perché ha registrato un deficit alto, pari al 14% del Pil. Ancora, si dice che Portogallo e Spagna comincino a essere nei guai e stiano rischiando; eppure il loro debito pubblico è ben al di sotto del fatidico 100%, specie per la Spagna. Si dice che a generare incertezza sulla loro tenuta finanziaria sarebbe il deficit di quest’anno –quello della Spagna sarebbe superiore al 10% del Pil. Quindi, a guardare questi dati verrebbe da dire che avere un debito pubblico e/o un deficit elevati sia un male per l’affidabilità dell’economia di un Paese. Ma attenzione! Prendiamo l’esempio del Giappone: i numeri sul suo debito pubblico oscillano – mi dispiace non fornire dati certi, ma il punto è che, ovunque ci si volga, i numeri sono sempre oscillanti- dal 192% al 220% del Pil! Cosa? Come è possibile che il Giappone non sia già fallito da un pezzo? Forse, dunque, dobbiamo rivedere l’affermazione di poco fa circa la pericolosità che un debito e un deficit alti rappresentano per uno Stato. Dove starebbe, allora, la differenza tra la Grecia e il Giappone?

Circolano tante letture di questo strano caso: per esempio, che in Giappone le tasse dirette e indirette sono basse e che, se ce ne fosse bisogno, potrebbero essere aumentate per pagare il debito. Un’altra differenza spesso citata è che il debito pubblico giapponese è, in buona parte, in mano ai piccoli risparmiatori giapponesi; mentre, nel caso dei debiti di altri Stati, esso è per lo più detenuto da banche, e per di più in grandi stock, in enormi ammontari. Che sia questa la grande differenza, dunque? E cioè che un risparmiatore non può e non vuole speculare, mentre una banca, magari straniera, di fronte ad una quota consistente del debito di un Stato potrebbe anche pensarci?

Un fatto è assodato: tutti i Paesi dell’Unione europea hanno parti cospicue del debito pubblico in banche straniere. Facciamo l’esempio della Grecia: circa 75mld di euro in banche francesi e circa 45mld in banche tedesche. Possiamo ora chiederci per quale motivo una banca dovrebbe comprare il debito di un altro Stato. Una risposta plausibile è che un debito ha un interesse, cioè cresce: in altri termini, è un guadagno che aumenta semplicemente perché passa il tempo –il meccanismo più vecchio del mondo, ma che non smette, a ben vedere, di stupire per la sua perversità. Dunque le banche ci guadagnano nella misura in cui è garantito loro un interesse che deve essere pagato. Chiarissimo, no?
Se vogliamo tirare le somme fin qui, sembra proprio che un debito pubblico e/o un deficit alti non sono di per sé dei buoni motivi per i quali uno Stato dovrebbe rischiare la bancarotta; e il Giappone è lì a ricordarci questo.

Ma non è finita qui, perché ancora non abbiamo fatto alcuna menzione dei recenti prodotti dell’alta finanza e di come possano influenzare questi meccanismi di cui abbiamo finora parlato. Viene quindi la volta di parlare dei Cds (Credit Default Swap).  Si tratta di contratti decisamente intricati e fino a qualche tempo fa pressoché sconosciuti, ma di cui si parla sempre di più in questo periodo travagliato. Riproduco qui di sotto parte di un articolo scritto qualche giorno fa:

“[I Cds] sono stati il tema di una interessantissima puntata di Report, “Speculando s’impara” del 8/04/2008. Detto in poche parole: un ente pubblico, come uno Stato, può decidere di assicurare il proprio debito con una banca, una operazione che potrebbe anche essere definita una copertura dalla variazione dei tassi-una cosa complicatissima! Questa assicurazione consiste nei Cds, per l’appunto, i quali, oltre ad avere un costo implicito per chi decide di avvalersene, possono essere acquistati e scambiati da chiunque. I Cds circolano nel cosiddetto mercato Over the counter  che, tradotto, significa che si tratta di titoli che non figurano nei listini di borsa, e possono quindi assumere i valori più diversi, perché legati solo alla dinamica della domanda/offerta. Aggiungiamo adesso un altro particolare rilevante:
“è interessante notare che al 30 settembre 2009, negli Stati Uniti, il 96% dei contratti swap (in cui sono ricompresi i Cds) era intermediato (come fa peraltro notare il blog IcebergFinanza) da solo cinque banche: JpMorgan, Bank of America, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup. Il dato, pubblicato dall'Office of the comptroller of the currency, è riferito ad un valore nominale di oltre 172 triliardi di dollari.”(“Debito statale e solvibilità, la speculazione spinge i Cds”, di Vittorio Carlini da Il Sole 24ore del 8/2/2010)
Come si specula con i Cds, titoli per loro natura così volatili? Non è difficile immaginarlo. Facciamo un esempio di fantasia: poniamo che la Grecia venda parti cospicue del proprio debito a una banca, diciamo la Goldman Sachs, che in questo momento è sotto processo da parte del Senato americano e marcata stretta dalla SEC (organismo di controllo della borsa di Wall Strett); la banca in questione si fa pagare delle commissioni per gestire e vendere un debito pubblico avendone acquisito, al contempo, molte informazioni; diciamo poi che la stessa banca detiene anche i Cds sul debito greco. Il valore dei Cds  sale tanto più, quanto più probabile e imminente è l’insolvibilità o default, come si dice: cioè che questa assicurazione venga pagata. In altri termini, se Tizio ha l’assicurazione sulla macchina di Caio comprata a 10 –sembra assurdo, ma questi sono i termini della questione!-, e ci vuole speculare, allora avrà tutto l’interesse che il mercato creda che è molto più probabile di quanto non si ritenesse in precedenza  che la macchina di Caio prenderà fuoco. Il valore dell’assicurazione salirà, perché sarà più probabile che l’evento contro cui ci si è assicurati accada; allora Tizio si ritroverà in mano la possibilità di vendere [a Sempronio] magari a 50 l’assicurazione che aveva comprato a 10. Ora, il punto è che, se la Goldman Sachs avesse voluto speculare sulla situazione della Grecia, avrebbe potuto farlo in ragione delle informazioni sul debito e della gestione dei Cds ad esso correlata. Ovviamente non è dato sapere se questa ipotesi ha un effettivo riscontro, ma possiamo dire che è avvenuto quanto segue: la Grecia e la Goldman Sachs sono entrati in rapporti nel 2002; la crisi finanziaria greca ha fatto schizzare alle stelle i Cds, e complimenti a chi ci ha guadagnato un bel po’.”

Su questi derivati, i Cds in special modo, si è acceso un dibattito: da una parte, visto che si tratta di assicurazioni, si ritiene che siano un fattore di stabilità e di garanzia contro possibili default; dall’altra si schierano coloro che ritengono che tali titoli abbiano dato il viatico a folli speculazioni, in grado di mettere in serie difficoltà l’affidabilità e la tenuta degli Stati. Tra l’altro, ultimamente il mercato sembra confermare una regola: più uno Stato sta male e più è probabile che starà ancora peggio. Cerchiamo di spiegarci: esistono le agenzie di rating che danno dei veri e propri voti alle economie degli Stati. Sulla base di queste valutazioni vengono presi in considerazione diversi indici, tra cui anche il valore dei Cds. Ma perché un brutto voto può complicare la vita a uno Stato? Intanto il mercato comincia ad avere meno fiducia nei confronti dello Stato e chiede qualcosina di più. I bond (o obbligazioni), ad esempio, sono dei titoli di Stato che vengono venduti al fine di reperire soldi contanti, liquidità, e che vengono ripagati alla scadenza degli stessi con l’interesse. Ora, i bond tedeschi si attestano intorno a un interesse del 3%; vengono ormai presi come riferimento rispetto ai bond degli altri Stati, perché –si sa- la Germania è una roccia, tutti vi ripongono piena fiducia, e i tassi di interesse sono bassi. Che succede, invece, a paesi che non avrebbero la stessa solidità? Vendono  bond a tassi più alti per renderli più appettibili. Ma non è tutto. Qualche giorno fa (27/04/2010) l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha abbassato il rating (la valutazione) della Grecia con outlook (o meglio, prospettiva) negativo e i suoi bond sono schizzati alle stelle: i bond con scadenza biennale sono arrivati a toccare un interesse del 20% e quelli decennali del 10%, il che è per il Paese ellenico assolutamente insostenibile! Quindi, i tassi di interesse dei bond cambiano anche dopo che sono stati emessi e, quanto più salgono, tanto più mettono in difficoltà i pagamenti, finendo col prospettare il default come l’esito sempre più probabile. Tutto collegato. In questo senso possiamo dire che nel mercato attuale, se stai male, sei destinato a stare peggio.
Ma torniamo ai Cds e ai cosiddetti derivati. Su la Repubblica, “Affari & Finanza” del 3/05/2010 si leggono delle cose davvero interessanti nell’ articolo “Cds in bilico tra arbitri del mercato e speculatori”. Oltre al fatto che c’è chi li condanna e chi li difende, apprendiamo un dato a dir poco sconcertante:

“ “I Cds hanno una loro importante funzione in termini di conoscenza, semmai bisogna renderli più trasparenti. Il mercato dei derivati vale dodici volte il Pil mondiale, qualcosa come 600 trilioni di dollari. Il 90% di queste contrattazioni avviene al di fuori dei mercati regolamentati”, afferma Giorgio De Felice, capo economista di Intesa San Paolo”

Secondo De Felice la soluzione consisterebbe in una maggiore trasparenza nella compravendita. Tutto qua. Il mio senso comune mi induce invece a pensare che, se circolano in un mercato over the counter derivati per un valore nominale (o fittizio) di 600.000.000.000.000 -scritto così fa più effetto- di dollari americani, che corrispondono a dodici (!) volte la ricchezza prodotta dal mondo intero ogni anno, forse è il caso di fermarsi un attimo per capire di che si tratta. Prima di procedere col nostro ragionamento, decisi come siamo a fare delle considerazioni su queste cifre astronomiche, vediamo un po’ di chiarirci il termine bolla speculativa.

Prendo la definizione da  www.finanziamenti-tutti.com, ma la si poteva prendere un po’ ovunque:

“ Viene definita una bolla speculativa l'aumento ingiustificato ed esagerato dei prezzi, soprattutto riguardo al mercato finanziario, cioè ai prezzi di azioni e obbligazioni e ai giochi di borsa, ma accade anche che esso venga correlato ai beni materiali e delle risorse più in generale. La crescita immotivata, in una bolla speculativa, appare ingiustificata e slegata da ogni principio razionale, e soprattutto non correlata dal valore del materiale indicato […]. La bolla ha come caratteristica principale quella di ingigantire l'entusiasmo attorno ad essa, fino a raggiungere una situazione di tracollo.
La bolla infatti propone facili ed enormi guadagni, e gli investitori sono attratti più che mai dalla possibilità.
In un primo momento per l'appunto il guadagno appare immediato e costante: questa è la fase d'ascesa della bolla, dove l'arrivo di persone richiama l'arrivo di altre persone. In questa maniera i ricavi aumentano esponenzialmente, almeno fino a quando persone continuano ad investire nell'affare. Ma ad un certo punto si arriva ad una nuova situazione, quella in cui i dubbi e l'insicurezza a proposito di un guadagno perenne vanno scemando. E in questa maniera si arriva allo scoppio della bolla: un periodo di panico generale dove ognuno cerca di poter vendere le proprie azioni, conscio di un crollo totale dei prezzi.”

Il solito senso comune qui mi dice che questo mercato di derivati, di cui una parte cospicua è costituita dai Cds, sembra avere proprio tutte le caratteristiche di una “bolla finanziaria”; una bolla che ha raggiunto dodici volte il Pil mondiale. E se dovesse scoppiare, come fanno tutte le bolle? Diciamo che il mercato dei Cds in questi ultimi tempi sta crescendo a dismisura per via dei tanti fallimenti annunciati o imminenti degli Stati. E il loro valore crescerà fino a quando il soggetto che assicurano non fallirà. Ecco lo scoppio: dunque lo Stato dichiara la bancarotta; la banca assicurante paga questi Cds -oppure no, perché fa un altro gioco dei suoi (siamo nel campo delle ipotesi)-; la stessa banca, se ha voluto specularci, nel frattempo ha fatto bei soldi; altri speculatori hanno fatto anche loro dei buoni affari; milioni di persone perdono tutto o quasi e si ritrovano in un paese azzerato e nel caos. Altro spunto possibile: che il valore di questi Cds possa crescere a tal punto da superare persino il valore che verrebbe corrisposto in caso di fallimento? Cioè che un Cds, che inizialmente vale 1 e che assicura un bene –la solita macchina- che vale 100, possa crescere così tanto da valere 300? Il che significherebbe che la banca che fosse riuscita a vendere a 300 l’assicurazione che valeva 1 ci guadagna comunque, anche dovendo pagare l’assicurazione per il valore di 100. Ma si tratta di un caso di fantasia e del tutto ipotetico. Certo, però, questo mercato di derivati di 600 trilioni di dollari, valore altissimo e,possibilmente, gonfiatissimo, deve essere arrivato in qualche modo ai suddetti livelli “slegati da ogni principio razionale”!

Io ritengo che se in questo momento sembra che, uno dopo l’altro, gli Stati siano in affanno e rischino di fallire, ciò non è dovuto alla fragilità dell’economia -saremmo in piena ripresa-, e neanche a debito pubblico e deficit alti –vedi Giappone- , ma perché un certo mondo della finanza con i debiti e con i fallimenti ci fa un sacco di soldi.

Che accadrà? Ho trovato una interessante affermazione di certo Ludwig Von Mises (1881-1973), economista austriaco che ha lavorato per lo più negli States, che dice:

 "Non c'è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un'espansione creditizia. La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell'abbandono volontario di un'ulteriore espansione del debito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto"

Ammetiamo pure che le cose stiano così. Quale sarebbe una possibile soluzione? Forse l’azzeramento in tronco del debito pubblico e la messa al bando dei Cds e dei derivati in generale. Significherebbe che gli Stati darebbero il ben servito ai creditori, i quali, dopo tanti interessi incassati e dopo tante speculazioni andate a buon fine, pagherebbero, una volta tanto, di tasca loro. Significherebbe fare “sgonfiare” la bolla senza che a pagarne le conseguenze siano gli Stati e le persone, per ritornare all’ economia reale fatta di lavoro vero e non di giochi speculativi, capaci di fare collassare il sistema in nome del dio denaro. Ma c’è una notizia datata  4 maggio 2010 che solo pochi giornali hanno diffuso e che si trova, per esempio, nel Bloomberg business  (www.businessweek.com/news/2010-05-04/merkel-s-coalition-calls-for-eu-orderly-defaults-update1-.html). In due parole, il cancelliere Angela Merkel starebbe studiando la possibilità per uno Stato dell’Unione europea di dichiarare lo stato “d’insolvenza ordinaria”, i cui risvolti –devo dire- non mi sono chiari. Sembrerebbe un modo per ripartire le spese di una ristrutturazione del debito tra creditori e i contribuenti dello Stato in questione: in soldoni, stavolta non sarebbe soltanto il popolo contribuente a pagare il conto, ma anche chi detiene il debito pubblico -i creditori, per l’appunto.
A motivare una mossa di questo tipo sarebbe la concreta possibilità di evitare questo inutile e fallimentare prestito alla Grecia, oneroso per gli Stati membri dell’Unione europea –ancora più oneroso per la Grecia nella fase di restituzione, visto il tasso decisamente elevato -  e, ancora, di bloccare i brutti tiri della speculazione. Chissà.

A me pare chiaro che, se le istituzioni non si muoveranno in modo drastico e repentino contro il mondo della speculazione finanziaria, per come stanno le cose oggi la Grecia fallisce, e con lei altri Paesi europei, con ripercussioni pesanti per tutte le altre economie. In altre parole, si è arrivati al punto limite in cui, o la politica ammette a se stessa che la speculazione finanziaria, che crea guadagni dal nulla e che fa un “servizio” agli Stati, perché ne alza artificiosamente il Pil, minaccia l’esistenza degli Stati stessi; o la bolla scoppia con conseguenze imprevedibili e incontrollabili.

Quale che sia l’esito di questa situazione, torniamo adesso al motivo per cui sto scrivendo questo articolo di opinione. Vedendo la piega che sta prendendo la stabilità dell’Europa, mi sono fatto l’altra notte una domanda: se succede che, una dopo l’altra, le economie degli Stati europei crollano, cosa penseranno di questa grande catastrofe le persone coinvolte? Che è colpa dei Greci, che ci hanno “contagiati”? Dei Tedeschi, che hanno esitato a dare il prestito? Degli Spagnoli? Dei Portoghesi? O di qualche altro popolo ancora? 

Io spero che chi legge questo articolo, come me, ritenga che la colpa di tutto ciò sarebbe di qualche politico corrotto o avventato e del mondo della finanza che specula su questa crisi, probabilmente indotta.
Credo in quello che sto scrivendo, e credo di essere arrivato a qualche conclusione, a una maggiore approssimazione alla verità rispetto a quella che sento ai telegiornali.

Non venga in mente a nessuno di dare la colpa a un popolo, sia esso greco, tedesco o americano. E se qualcuno lo fa, spieghiamogli perché si sbaglia. Per questo è compito di ognuno informare quante più persone possibile. Facciamo in modo che l’odio tra i popoli non alzi la cresta.  

Palermo, 7/5/2010

domenica 25 novembre 2012

La democrazia di Kafka

Lo Stato è fatto dal corpo dei cittadini, anzi, lo Stato è il corpo dei cittadini. Ciò è ancora più valido ove si tratti di uno Stato a regime democratico.
Un  paese democratico è tale nella misura in cui i suoi cittadini possiedono ed esercitano il diritto di voto, ma questo non è del tutto vero. O meglio: non è solo questo.
In un regime democratico l'esistenza e la tenuta dello Stato sono nelle mani dei cittadini che ne fanno parte. Ne segue che i cittadini esercitano la democrazia nel momento in cui tutelano lo Stato stesso da ciò che lo possa danneggiare. Ma attenzione: non ci stiamo riferendo semplicemente ad eventuali minacce esterne, quali guerre, embarghi o simili. A rigor di logica ogni violazione della legge che colpisca anche nella maniera più lieve il cittadino è da considerarsi una offesa diretta allo Stato stesso, dal momento che istituzione e individui sono così intimamente legati.
Il cittadino dunque esercita il suo diritto democratico nel momento in cui si difende ricorrendo al potere giudiziario, qualora sia vittima di un soppruso; e l'esito di una tale vicenda ha un peso che va al di là della dimensione individuale, ma investe indirettamente anche lo Stato e così tutti i cittadini.
Se infatti il crimine commesso non viene sanzionato, ciò non farà che aumentare l'impunità e di fatto incoraggiare l'attività criminale indebolendo lo Stato.
Al fine di preservarsi dall'ingiustizia lo Stato, e soprattutto lo Stato democratico, deve dotarsi di un apparato giudiziario tale da mettere il cittadino in condizione di difendersi senza temere ritorsioni, costi processuali elevati e tempi lunghi. Qualora ciò non accadesse, come per altro accade nella maggioranza delle democrazie nel mondo, lo Stato è più debole, perchè il corpo cittadino non è disposto a rischiare di cercare giustizia a costo della propria incolumità, del proprio patrimonio e del proprio tempo.
Quando ricorrere alla giustizia è difficile e foriero di fastidi se non addirittura di pericoli, i cittadini diventano più timorosi e via via più tolleranti di fronte all'ingiustizia.
Se la privazione del diritto di voto è segno chiaro della mancanza di democrazia, altrettanto lo è un sistema giudiziario che non funziona come dovrebbe.